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Tonino nel metrò scalzo per l'arte (Una domenica particolare) - La Repubblica, 5 giugno 2005
inedito:
Sarà Luna
Luna! Lo sguardo si inchina al volere del Desiderio di Luna. Non puoi scappare, Luna. Palpebre socchiuse, gabbia di ciglia, ciglia nere e lunghe, sbarre delicate che trattengono l’immagine fatta di latte in una prigione probabile solo quando è il pensiero a essere l’unico possibile aguzzino, e lo fa trasferendo la limpida sfera in quel carcere inventato, il carcere dei propri desideri, un carcere impossibile. E dentro gli occhi, Luna vibra per il solletico, e sorride, e ride, si diverte per quella prigionia; infine, femmina, si stizza e chiede aiuto alle lacrime, e nell’umidità scivola lentamente via, evade e ritorna al suo posto, il cielo. E non c’è niente da fare, non la prendi più, è andata. E’ inutile cercare di catturarla ancora, se lei non vuole. E’ inutile. Luna non vuole. Allora Sara bambina bara, chiude le palpebre e si sforza di immaginare di averla ancora dentro di sé, ma quella è solo un’impressione, e Sara lo sa.
Durò poco, quell’impressione. Strada di periferia. Le luci violente dei fari di un’automobile stracciano la pelle sottile e scaraventano lo sguardo nel mondo. Terrorizzato, quel flebile raggio dorato, invisibile a chi respira, si scontra col cofano della vettura e rimbalza accecato sul cassonetto della spazzatura, e cade a terra, e si rialza, cerca ancora disperatamente la Luna, ma è frastornato, poveretto, malconcio, e intorno a sé non trova che asfalto, e ancora fari di automobili, e paraurti, e insegne, e vetrine, lampioni, mattoni. Vede un gatto, un impatto. Graffia, quel gatto, e soffia. Non capisce che è solo un povero sguardo impaurito. Sara chiude di nuovo gli occhi, gira la testa, una mano sul volto. Un urlo represso dalla vergogna le taglia la gola. Il tempo per pensare alla Luna è finito. Disperazione, adesso. Disperazione, terrore, orrore, e l’indecisione. “Sì, …devo… NO! Non posso. Sì, sì, sì. Non posso! Non posso! Non posso!” “Ti ammazzeranno di botte! Fallo, fallo, fallo…” una voce dentro. “Ma… ma…” - sferzate di ghiaccio sulla pelle - “Ma… io…” “Pazza! Sei pazza!” e ancora “…e Papà?” “Che c’entra, lui, che c’entra?” “Pazza! Ti ucciderà. E Arturo?” “Ma io…” “Pazza!” …io
E rimane così, interdetta, per un’ora. Ma è solo un minuto. Nemmeno un minuto, un secondo. Ma è sembrato un’ora. Un secondo di un’ora, di un giorno, di un mese, di un anno, di una vita. Una vita in un anno, in un mese, in un giorno, in un'ora, in un secondo. E in un secondo, la vita finì. In quel cassonetto. Sara lo fece. Lo fece. Lo fece quel gesto, lo fece. Lo fece, lo fece, lo fece, lo fece. Fece. Che parola orrenda. Non è come oliva, che è così carina. No, è fece. Una parola orrenda, raccapricciante. Fece.
Lo fece. Sara scaraventò quel corpicino nudo nel cassonetto, e scappò.
Non si accorse di nulla, non pianse, non poteva capire. Ma immerso nel lerciume, fino alla fine cercò con la bocca la vita. Un seno, un capezzolo, una stilla bianca. Bianca come la Luna.
Copyright 2008 Claudio Ciccarone
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